LETTERE Volume XVIII (1891-1894) Fuori commercio
Giosue Carducci Nobel

LETTERE Volume XVIII (1891-1894)

Prima edizione

A cura di Manara Valgimigli
  • 1955
  • Note: "In 8°, su carta finissima in nitidissimi caratteri elzeviri", rilegato in tela "con dorso a fregi dorati", sovracoperta di carta, taglio superiore bruno. Ritratto fotografico di Carducci in b/n - 1891 - in antiporta. "Sono anni di una attività che non ha riscontro. La Scuola, il Senato, il Consiglio Superiore della P.I., i rapporti con l'editore e i rapporti col mondo della cultura internazionale hanno in queste lettere una eloquente riprova del fervore e dell'entusiasmo che animavano il Carducci poeta e uomo." Da un Catalogo Storico Zanichelli inedito, preparato in occasione del primo centenario della Casa Editrice, 1959. "II diciottesimo volume delle lettere del Carducci pubblicate a cura di Manara Valgimigli nell'Edizione nazionale delle opere del Poeta (Zanichelli) copre gli anni 1891-94 e ci fa vedere il rovescio della sua gloria, l'identificazione del poeta col suo stesso monumento. Non già che il Carducci si inorgoglisse troppo dei riconoscimenti ottenuti e non ne sentisse il pericolo: su questo punto egli ci ha lasciato espressioni di rammarico inequivocabili. Ma una volta entrato in una strada egli era uomo da percorrerla fino in fondo: e il fatto è che il senatore Giosue Carducci era, nel '91, un uomo troppo importante e troppo in vista per potersi permettere l'egoistico lusso di una vita privata. Il Carducci di questi anni non trascura certo la poesia (e non esita a chiedere allo Zanichelli la carta dello stato maggiore per Cuneo e Mondovì allo scopo di dar gli ultimi tocchi all'ode "Bicocca di San Giacomo"), attende a lavori critici (la "Storia del "Giorno"", che lo obbliga anche a consultare traduzioni dal Pope, e quel commento al Petrarca che uscirà poi con la sua firma e con quella del Ferrari), tiene discorsi e commemorazioni, accetta o declina inviti d'ogni genere, si reca spesso a Roma per il Senato e per il Consiglio superiore dell'Istruzione, si concede qualche laborioso 'otium' in Cadore o a Madesimo o a Misurina o in Mugello, ma in complesso appare come un uomo traqué, braccato da postulanti in cerca d'impieghi, traslochi, miglioramenti di carriera o altri favori. Risponde a tutti perché sa che molte sono le ingiustizie da riparare ("Il modo ancor m'offende" è il motto dell'Italia contro l'amministrazione), ma risponde a occhi aperti. Ecco un caso di raccomandazione respinta a ragion veduta. Carducci scrive all'avv. Leonida Bissolati, a Cremona. È lettera del 6 agosto '91. "Le rimetto in francobolli il valore di un telegramma R.P. che il sign. Lovera m'inviava da Roma perché raccomandassi lui, a me ignoto, all'on. Pullè, del pari a me ignoto. Ebbi il torto, ieri, in un impeto della mia sincerità primitiva di stracciare missiva e risposta pagata. II sign. Lovera sta tutti questi anni in Svizzera e Rumenia. Poi gli vien voglia di tornare in Italia. Gli offrono, a lui che non ha che quei titoli" (due diplomi ottenuti per esame di magistero a Padova dove il Carducci aveva visto 'brutte cose'), "a lui che non conta anni di servizio allo Stato, un luogo nell'Istituto di Varese. Vuol di più. Vuol forse rubare il posto a insegnanti ottimi che sono in carriera? II sign. Lovera non mi trova a Bologna: ma egli è sicuro che in Italia tutti sono della consorteria: mi manda un francobollo perché lo raccomandi al Ministro: non basta, mi manda un telegramma con risposta pagata perché lo raccomandi al sign. Pullè. Il sign. Lovera mi costa 1,40. Mi pare che basti". Chissà come finì la faccenda; era allora ministro dell'Istruzione il Villari, non caro al Carducci; più tardi diventa ministro il Martini e Carducci riesce a sistemare alcuni degni amici. Ma non sempre si tratta di cattedre o di posti in pubbliche biblioteche. A una vedova Gargiolli egli riesce ad assicurare un botteghino del lotto, a quanto pare per intervento di Adriano Lemmi; in altri casi si tratterà di trasferimenti o di nomine a cariche onorifiche. Molte delle lettere sono indirizzate a Cesare Zanichelli: Carducci gli manda anche venti lire affinché siano depositate in banca a suo conto: inoltre lo fa depositario di piccoli segreti destinati evidentemente a non rimaner tali. Un incontro col Re, per esempio, al Santuario di Vicoforte. "Chi sa che diranno i giornali? dei quali ogni giorno di più sperimento la gran correntezza a dir cose non vere. Nel Santuario e proprio nella cappella vi è il monumento di Carlo Emanuele e nella parte opposta un ricordo di Pio VII: il Re mi scorse e mi fece un saluto con la mano chiamandomi a sé. Mi disse: - Sapevo che Lei era qui. Come va che non l'ho veduto stamane - Sire, io non facevo parte del comitato né d'altra deputazione, non sono di Mondovì e non avea vesta alcuna per pigliare il posto agli altri nell'onore di riverire V. M. - Oh, quando uno è Carducci, sta sempre bene da per tutto.". In data 14 marzo '92 troviamo anche un telegramma a "Rattazzi, Segretario Real Casa - A Umberto, savio, pietoso, forte, perseveranza e gloria augurano amici raccolti presso Zanichelli nel suo natale, rammemorando feste studio bolognese." (...) Chi ama gli epistolari potrà continuare la lettura per conto suo. Anche in questi brevi biglietti Carducci appare qual fu: un prosatore inimitabile eppure molto imitato per quel suo singolare impasto di classica purezza e di sorvegliatissima spezzatura formale desunta dal parlato, dall'uso. La sua è una prosa di cultura e di temperamento. Fece scuola, soprattutto in Toscana, senza che nessuno di coloro che guardarono a lui ritrovasse più la spontaneità di quell'innesto. Si può amare o non amare la poesia di Carducci, ma a tanti anni di distanza la sua prosa di confessione e di battaglia non fa una grinza." EUGENIO MONTALE, da «Laboravi fidenter», maggio 1956.