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«C... aaa... ss... aaa...: casa!». È così che impariamo a leggere: riconosciamo una lettera alla volta, proviamo il suo suono ad alta voce e ricostruiamo la parola intera. Ma quando le lettere diventano forme familiari, come cambia il nostro modo di leggere?


L'occhio esplora la pagina

1. Nell'immagine sulla destra, le linee rappresentano il movimento degli occhi impegnati a decifrare l’immagine sulla sinistra. Le zone più scure indicano i punti in cui l’occhio si ferma o torna più volte. (Da uno dei primi studi sull'eye tracking negli anni Sessanta.)

Quando guardiamo la pagina di un libro, per prima cosa esploriamo lo spazio che abbiamo di fronte. Come in una carta geografica vediamo a colpo d’occhio i confini, le capitali e i fiumi, così in un libro identifichiamo i titoli, i paragrafi, le immagini e le didascalie. Solo in un secondo momento, quando ci siamo fatti un’idea di che cosa c’è nella pagina, cominciamo a leggere il testo.

La grafica con cui è composta la pagina suggerisce un percorso di lettura: prima i titoli, poi il testo, i rimandi alle immagini, le immagini, le didascalie, poi di nuovo il testo e così via.

Per capire qual è il percorso seguito dall’occhio si usa l’eye tracking, cioè si registrano i suoi movimenti come tracce sulla pagina: tracce più scure dove l’occhio si sofferma e più sottili dove si muove rapidamente (figura 1). Da questa analisi si capisce quale percorso di lettura viene davvero seguito: per esempio, se il testo rimanda a un’immagine e il lettore non la trova subito, le tracce lo mostrano.


L'occhio si muove a scatti tra le lettere

La prima fase della lettura di un testo scritto attiva la stessa zona del cervello che si attiva quando guardiamo immagini o oggetti: il processo è talmente automatico che si avvia sia in presenza di parole sia di non-parole. Non abbiamo infatti difficoltà a leggere la parola «ghiresta» sebbene non abbia alcun significato, perché rispetta le regole ortografiche della nostra lingua.

Mentre esplorano un testo o un'immagine, i nostri occhi non si muovono in modo fluido, ma vanno a scatti: alternano rapidi movimenti, detti saccàdi, a istanti di immobilità, chiamati fissazioni. I movimenti oculari consistono quindi di salti e soste.

Le saccàdi durano 30 millisecondi (metà del tempo di un battito di palpebre) e, a causa della velocità alla quale avvengono i movimenti oculari, provocano un’inibizione della visione. Le fissazioni invece durano dieci volte tanto (300 millisecondi) e sono i momenti nei quali si estraggono le informazioni necessarie per una lettura scorrevole. Come se dovessimo comporre un film, i nostri occhi scattano quindi una serie di fotografie che il cervello mette in sequenza.

I movimenti oculari non sono controllati consapevolmente ma sono comunque intelligenti: l’occhio non si muove a caso. In particolare durante la lettura, procede da sinistra a destra (nella lettura occidentale) e molto spesso torna indietro, riportando gli occhi su parole precedenti. Questi movimenti, chiamati regressioni, permettono di tornare su porzioni di testo quando è necessario raccogliere ulteriori informazioni che non sono state estratte dopo un primo passaggio. Anche le regressioni avvengono in modo involontario, come se gli occhi sapessero dove andare a cercare l’informazione persa.


L’occhio vede bene 9 lettere alla volta

Il punto nell’occhio in cui è massima la definizione delle immagini si chiama fovea, un’area di circa 2 mm di diametro al centro della retina. Quando fissiamo un oggetto, la sua immagine si proietta nella fovea e questa operazione è detta foveazione. Nel caso speci!co della lettura, in una foveazione si riescono a percepire in modo abbastanza dettagliato otto lettere: due a sinistra del punto di !ssazione e sei a destra.

2. La visione durante la lettura.

La porzione di testo che cade in parafovea, ovvero subito al di fuori della fovea, può essere di altri due caratteri a sinistra e sette a destra (figura 2). È possibile che proprio la visione parafoveale fornisca indicazioni per le saccàdi: l’attenzione di un lettore è più veloce degli spostamenti saccadici. Infatti, spesso succede che, mentre gli occhi sono ancora fissi su una parola, l’attenzione si sia già spostata sulla parola successiva in parafovea. Questo è uno dei punti su cui indaga chi studia la dislessia: un lettore potrebbe avere difficoltà a identificare le singole lettere, provando una sensazione di affollamento. Una possibile soluzione potrebbe essere quella di distanziare maggiormente le lettere di ogni singola parola, con il rischio però di rendere il testo poco leggibile per un normolettore.

Arrivati al termine della riga si verifica un movimento automatico, che porta l’occhio all’inizio della riga successiva. Perché questo movimento sia efficace, è buona norma che il testo sia allineato a sinistra e che la riga non sia troppo lunga: in questo modo il cervello non perde tempo a cercare l’inizio della nuova riga.


Meno energia spesa per leggere, più per imparare

Questa analisi del comportamento del nostro occhio nell’esplorazione della pagina e nella lettura delle parole è importante per stabilire dei criteri per una buona impaginazione. Rimuovere inutili ostacoli alla lettura aiuta a studiare meglio: se si spendono troppe energie per leggere, ne rimangono meno per imparare.

Di seguito sono riportate le 10 regole grafiche elaborate in collaborazione con lo studio grafico Chialab e verificate dall’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche (ISIA) di Urbino.


Le 10 buone regole grafiche per leggere meglio

Clicca sulle immagini per ingrandire ciascun esempio.

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Se preferisci visualizzarli tutti assieme usa questo link per scaricare il PDF del volantino (5Mb) realizzato per promuovere l'iniziativa.